Il day after a Embraco, disperazione e dignità: «Vogliamo lavorare»
Massimo Franchi, RIVA DI CHIERI (TORINO), 21.02.2018, “Il Manifesto”
Italia addio. Sciopero e assemblea per i 500 licenziati della fabbrica di Chieri.«La fabbrica è la nostra vita. Qui dentro è strapieno di coppie: andremo avanti finché avremo forza». Tutti i metalmeccanici torinesi si fermeranno prima delle elezioni
L'operaio Daniele dell'Embraco si incatena al cancello di entrata della fabbrica di Riva di Chieri (Torino) Foto LaPresse
La
visita a Bruxelles di un ministro dimissionario non poteva produrre di più. A
Carlo Calenda la commissaria europea alla concorrenza Margrethe Vestager ha
dato solo un generico impegno ad essere «intransigente nel verificare i casi
segnalati in cui c’è un problema o di uso sbagliato o non consentito degli
aiuti o, peggio, di aiuto di Stato per attrarre da Paesi che sono parte
dell’Ue», come spiegato dallo steso ministro italiano. Vestager infatti ieri
non ha fatto alcun commento ufficiale ma dovrebbe parlare di Embraco oggi.
Tutti – anche Calenda – sono coscienti che i tempi sono troppo stretti perché
Vestager possa intervenire contro la Slovacchia che offre tappeti rossi a chi
si sposta da loro. È falsa anche la promessa del ministro di «far applicare la
clausola contrattuale obbligatoria negli accordi di finanziamento» contro chi
delocalizza che dovrebbe «accertare la Guardia di finanza»: la norma è stata
introdotta da Calenda lo scorso maggio e non è retroattiva mentre Embraco i
soldi pubblici – dalla Regione si stimano 15 milioni – li ha presi nel 2004 e
nel 2012.
E se l’unica speranza dunque è impersonificata dalla re-industrializzazione di
quella «Invitalia che è partita con la mappatura di altri progetti
alternativi», un carrozzone burocratico monopolizzato da 10 anni da Domenico
Arcuri senza risolvere in proprio alcuna crisi aziendale, si capisce come le speranze
dei 497 lavoratori diretti e della trentina di indiretti della multinazionale
brasiliana dei compressori per frigoriferi siano ridotte al lumicino.
Per trovare un nuovo imprenditore ci sono solo 35 giorni. Sabato scadono i 45
giorni per trovare un accordo che eviti il licenziamento collettivo. Giovedì
alle 16 all’Unione industriali di Torino ci sarà l’ultimo incontro
azienda-sindacati e le posizioni rimarranno le stesse: l’azienda riproporrà
l’idea di trasformare i contratti in part time fino alla chiusura, i sindacati
diranno no.
«Proprio per questo Calenda non se la può cavare con le battute, chiamando
“gentaglia” i consulenti del lavoro di Embraco», attacca Giorgio Airaudo,
parlamentare e candidato di Leu anche ieri presente al presidio davanti alla
fabbrica. «Non dico che dovrebbe fare come Donat Cattin che mandò i carabinieri
a prendere Valletta che non voleva partecipare ad un tavolo Fiat al ministero,
ma almeno andare a bussare alla porta della Whirlpool è il minimo sindacale per
un ministro degno di questo nome. Scaricando tutto sull’Europa, Calenda sta
buttando la palla in tribuna», chiude Airaudo.
L’altra accusa al governo e alla politica in generale è quella di essersi
accorta solo adesso delle delocalizzazioni. I dati confermano che il processo
va avanti da almeno 15 anni. Elaborando i dati del database Erm (European
restructuring monitor) di Eurofound i ricercatori dell’associazione culturale
Punto Rosso Matto Gaddi e Nadia Garbellini hanno stabilito come nelle sole
aziende sopra i 100 dipendenti dal 2002 al 2016 le delocalizzazioni subite dal
nostro paese sono ben 62 con una perdita di 14.364 posti di lavoro, tutte nel
settore manifattura. «Dopo l’allargamento a est dell’Unione europea le
delocalizzazioni sono quasi tutte verso questi paesi perché non si possono più
mettere dazi che invece si usano nei confronti della Cina o di altri paesi
asiatici – spiega Matteo Gaddi – . L’altro elemento importante è che vengono
delocalizzati non i prodotti finiti ma le lavorazioni di subfornitura a più alta
intensità di lavoro anche perché in questo modo dall’Est europa i prodotti
possono arrivare velocemente in occidente ed essere assemblati», conclude
Gaddi.
La ricetta di Calenda per affrontare questo decennale processo è «un fondo di
aggiustamento per la globalizzazione da parte del governo, che aumenti
l’intensità degli aiuti concessi nei casi di deindustrializzazione». Come
affrontare un tifone con un solo ombrello.